La sconfitta di Soru. Il riformismo non paga?
La sconfitta di Soru. Il riformismo non paga?

Cinque anni fa la domanda di riformismo era forte (…) e politiche ambiziose sembravano perfettamente in grado di ottenere il consenso necessario a garantirne un successo non effimero. Quel consenso non si è poi manifestato …, di Francesco Pigliaru

La sconfitta di Soru: il riformismo non paga? di Francesco Pigliaru (*)

Cinque anni fa la domanda di riformismo era forte anche nei comuni costieri, e politiche ambiziose sembravano perfettamente in grado di ottenere il consenso necessario a garantirne un successo non effimero. Quel consenso non si è poi manifestato. La gente ha cambiato idea all’improvviso o è stata delusa da un riformismo dirigista e incapace di governare i cambiamenti generati da interventi come il PPR?

Il nuovo governo regionale inizia la sua attività nel momento in cui la crisi economica colpisce duro anche in Sardegna. Nel prepararci alla tempesta, abbiamo perso tempo prezioso a causa della discutibile decisione di anticipare le elezioni regionali.

Ovviamente, molto può essere ancora fatto per limitare l’impatto della crisi sulla nostra economia. Soprattutto, si tratta di lavorare per ridurre al minimo i fallimenti nel settore produttivo e per offrire una diffusa assicurazione sociale contro il rischio di disoccupazione. 

Ci sono due modi per affrontare questi problemi. Il primo è preoccuparsi della situazione contingente ignorando le prospettive future. John Maynard Keynes ha offerto un esempio famoso di questo tipo di politiche: in tempo di crisi ha senso persino pagare i disoccupati per fare buchi nelle strade e poi pagarli di nuovo per ricoprire gli stessi buchi.

Naturalmente, si può fare molto meglio di così. Il secondo modo è infatti basato su iniziative meno “miopi”, capaci di cogliere l’occasione della crisi per accelerare la soluzione di problemi antichi che frenano lo sviluppo.

Quale delle due categorie di intervento sarà scelta dal governo regionale in carica?

Le politiche “miopi” sono piuttosto popolari tra i politici: consentono di spendere molto e subito, senza dover affrontare complicati problemi di fondo che possono generare conflitti dagli esiti non sempre prevedibili.

Un diffuso "pessimismo riformista"

Il rischio che si opti per politiche di questo tipo è particolarmente alto in Sardegna, oggi. La sconfitta elettorale di Renato Soru ha lasciato la diffusa sensazione che una coraggiosa azione riformista sia sempre destinata alla sconfitta, perché incapace di creare risultati in tempi rapidi, compatibili con il breve ciclo politico che definisce le scadenze elettorali.

L’esempio perfetto per illustrare questo diffuso “pessimismo riformista” è la vicenda del Piano Paesaggistico Regionale. Il PPR è stato adottato per bloccare la speculazione immobiliare che stava rapidamente deteriorando la qualità ambientale della fascia costiera. In questo senso, è una politica di cui molti capiscono l’utilità; ma è anche una riforma che non dà i suoi migliori frutti nell’immediato: al contrario, il suo primo impatto sull’economia può essere negativo.

In effetti, così è stato, almeno a dar credito ai più recenti dati Istat. Tra il 2004 e il 2006 il valore aggiunto del settore delle costruzioni in Sardegna ha avuto una contrazione del 17%, sette volte superiore a quella registrata nel resto del Mezzogiorno. Gli stessi dati mostrano che la crisi del settore ha avuto ripercussioni negative in tutta l’economia isolana: tra il 2004 e il 2007 la performance sarda è stata molto inferiore a quelle comunque deludenti del resto d’Italia e del Mezzogiorno. Tutto questo ha certamente contribuito a determinare la sconfitta di Soru.

Dobbiamo concludere che la maggioranza degli elettori non apprezza le riforme ambiziose? Prima di trarre conclusioni affrettate è bene dare un’altra occhiata alla vicenda politica legata alla difesa dell’ambiente. Il PPR è stato tutt’altro che il “brain-child” di un governatore solitario. Nel 2004 Soru aveva ricevuto un fortissimo mandato politico ad agire esattamente in quella direzione: nel 58% dei comuni costieri la maggioranza degli elettori aveva votato a favore di una coalizione fortemente caratterizzata dalla proposta di attuare il blocco immediato della speculazione immobiliare. In altre parole, cinque anni fa la domanda di riformismo era forte, e politiche ambiziose erano perfettamente in grado di ottenere il consenso necessario a garantirne un successo non effimero.

Dov’è finita la domanda di riformismo del 2004?

La situazione è cambiata drasticamente nel 2009: Renato Soru ha avuto la maggioranza dei voti solo nel 7% dei comuni costieri. E’ difficile pensare che in pochi anni gli elettori siano passati da una forte preferenza per una gestione sostenibile dello sviluppo a una forte preferenza per la speculazione più selvaggia. E’ più probabile che non abbiano apprezzato la forma specifica che l’idea generale di “gestione sostenibile” ha assunto negli atti della giunta Soru. Per esempio, è possibile che gli elettori si aspettassero, insieme al PPR, l’adozione di politiche capaci di ridurre il suo immediato impatto negativo sull’economia. Politiche come il piano straordinario per l’edilizia scolastica adottato da Gordon Brown in Gran Bretagna e che Marco Pitzalis, sociologo ed esperto di scuola, ha recentemente proposto per la Sardegna.

Credo che l’impazienza e la sfiducia verso riforme che pure godevano di un forte sostegno elettorale siano nate dall’assenza di azioni di accompagnamento di quel tipo. Non è il riformismo in sé che porta alla sconfitta politica, ma la qualità degli atti con cui le riforme vengono attuate.

Cappellacci e La Spisa devono affrontare una crisi economica gravissima. Possono accontentarsi di adottare politiche “miopi” e sperare di cavarsela, lasciando a un generico futuro la soluzione dei problemi più strutturali; o possono invece essere più ambiziosi e usare la crisi per spendere molto e in fretta, facendosi però guidare da un’idea chiara di come rendere la Sardegna più forte per le sfide che arriveranno dopo la crisi. Possono aiutare l’edilizia buttando a mare il PPR e consentendo la ripresa della speculazione nell’ampia fascia oggi protetta, con il risultato che un bene pubblico prezioso verrà devastato per creare profitti molto privati; o possono proseguire nella saggia politica della conservazione ambientale accompagnandola però con grandi investimenti pubblici a favore dell’edilizia scolastica, per consegnare alle prossime generazioni scuole migliori di cui abbiamo molto bisogno e per proteggere, allo stesso tempo, il lavoro e il reddito dell’attuale generazione di lavoratori edili.

La nuova giunta non ha alibi. Il buon riformismo paga anche politicamente, e i soldi per finanziarlo ci sono, grazie alla vertenza sulle entrate. Se prevarranno politiche deboli, di corto respiro, il consenso iniziale si trasformerà in delusione alla fine dell’attuale emergenza, quando sarà sempre più evidente l’inadeguatezza di un “sistema Sardegna” non riformato.

* Da: La Nuova Sardegna, 28 marzo 2009, pp. 1-19 (ripreso da www.insardegna.eu)

 

 

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