Jasad e l’emancipazione della donna araba
Jasad e l’emancipazione della donna araba

Compie un anno e cresce la rivista libanese, ideata dalla poetessa Joumana Haddad, vietata ai minori incentrata sul sesso, il linguaggio, la cultura del corpo. Tra insulti, censure, polemiche e minacce da parte dei sauditi, di Hezbollah e dei tradizionalisti …

"Nel dicembre del 2008 usciva il primo numero dell’attesissimo «Jasad» (Corpo, ndr), la prima rivista araba a occuparsi di letteratura, arti e scienze del corpo. Vi si possono leggere articoli, firmati in larga parte da autori musulmani, inerenti l’educazione sessuale e argomenti sociali, contributi di denuncia della pratica dell’infibulazione, dell’escissione e dei matrimoni combinati, inchieste sulla discriminazione degli omosessuali nel mondo arabo, la violenza coniugale, il cannibalismo. Centrale nella rivista, pubblicata a Beirut e distribuita in Libano nelle librerie e nelle edicole (e nel resto dei Paesi arabi e del mondo attraverso abbonamenti), è anche il tema della rappresentazione degli organi sessuali in letteratura e nelle varie discipline artistiche, ma pure il feticismo, la masturbazione e altro ancora.

La fondatrice del magazine, Joumana Haddad, già responsabile dell’inserto letterario dell’importante quotidiano libanese «Al-Nahar», vincitrice dell’Arab Press Prize 2006, poetessa acclamata in tutto il mondo, traduttrice poliglotta e artista, chiarisce che «Jasad» non ha una ‘causa’, non intende cambiare la mentalità araba, né è asservita a un’ideologia specifica, ma intende semplicemente contribuire a cambiare il modo di concepire il corpo, di aprire un nuovo capitolo nella «visione di se stessi» in Medio Oriente, spezzando i lacci della tradizione. Eppure il corpo, senza alcuna censura, è presente nei più grandi capolavori arabo-persiani, dalle Mille e una notte a Kalila e Dimna. Ma oggi è diventato tabù, specie quello femminile. Solo in Libano e Siria il numero delle donne velate è addirittura triplicato da trent’anni a questa parte. Rispetto alla disinibizione del passato, si registra dunque una regressione, una mortificazione del corpo, non dovuta alla religione, continua la Haddad, ma al potere esercitato dalla religione stessa nella società, all’estremismo religioso, non solo islamico, anche cristiano, «forse per stimolare il senso di colpa – lo dico da cattolica».

Il Libano della Haddad, che non è certo repressivo come altri Paesi arabi, appare oggi in preda a una sorta di schizofrenia che vede donne emancipate «più che in Occidente» accanto a donne completamente «annullate», poiché «ogni aspetto della vita sociale è in contraddizione, molti comportamenti sono ammessi, ma solo in segreto». La repressione della fisicità, della sensualità, soprattutto femminile, è quindi diffusa in contesti sociali anche diversi. Così «Jasad», definito dalla scrittrice «una rivista di necessità e non di lusso culturale» si fa anche, necessariamente, strumento d’espressione della libertà delle donne, parlando anche di desiderio femminile, piacere, gioia e bellezza – e di tutto ciò che per alcuni non può essere neppure nominato.

In materia di emancipazione femminile, spetta a Butrus al-Bustani, libanese come Joumana Haddad, il merito di aver parlato per primo, nel 1849, del diritto della donna araba all’istruzione. Cinquant’anni dopo, l’egiziano Qasim Amin pubblicò il suo famoso libro La liberazione della donna, in cui invitava, tra l’altro, la donna araba a liberarsi del velo e a partecipare attivamente alla vita del Paese. Questo libro rivoluzionario, che gettò di fatto le basi per la nascita del movimento di emancipazione femminile, scosse tutto il mondo arabo e suscitò l’ostilità degli ambienti più tradizionalisti, provocando accesi dibattiti, soprattutto perché l’autore denunciava la barbarie della poligamia e confutava l’assunto secondo il quale l’imposizione del velo fosse un’esplicita ingiunzione della shari’ah, ovvero della legge islamica. Vi furono tuttavia anche molti letterati che sostennero le tesi di Qasim Amin, tra cui il tunisino Tahir al-Haddad e il libanese Amin Rihani, convinto però, quest’ultimo, che la battaglia per l’emancipazione femminile dovesse essere condotta dalle donne stesse e non dagli uomini: «Dieci donne che camminano per le strade della città a volto scoperto – scrisse nel 1917 – sono più efficaci di cento scrittori uomini che difendono la causa della loro emancipazione».

Raccolta la sfida di Rihani, il femminismo arabo ha cominciato a muovere i primi passi già all’inizio del Novecento, grazie all’egiziana Bahitat al-Badiyah e a numerose intellettuali, scrittrici, giornaliste e attiviste, originarie soprattutto della terra del Nilo e dell’area siro-libanese, come Mayy Ziyadah. Malgrado l’impegno di tante donne fino ai giorni nostri, l’emancipazione femminile nel mondo arabo – così come in molte società occidentali – a tutt’oggi è ben lungi dall’essere conquistata. Joumana Haddad, che riceve ogni giorno insulti e minacce, è consapevole di aver imboccato una strada lunga e difficile e di essere «scomoda». 

Già prima del lancio, nel novembre 2008, quando era appena iniziata la campagna di abbonamenti della rivista, in Arabia Saudita il sito web di «Jasad» era stato bloccato – «anche se il maggior numero degli abbonati è saudita» commenta laconica. Alla Fiera del Libro di Beirut, alcuni membri del partito sciita Hezbollah presero d’assalto e tentarono di chiuderne lo stand.

Ma anche il consenso è vasto, e il quarto numero di «Jasad» ha superato le cinquemila copie vendute. Supportata dal numero sempre crescente dei suoi lettori e delle sue lettrici, la Haddad risponde sicura a chi l’accusa di volgarità: «L’erotismo, la sessualità sono ben lontani dalla volgarità. La nostra stessa vita è fatta di corpo. Il corpo viene sempre visto come oggetto, mai come soggetto che agisce. Invece esso è la nostra verità, lo strumento dell’intelletto, dell’amore, dell’identità stessa dell’essere umano, che sia maschio o femmina. Il corpo è poesia».

«Oh Signore, fa’ che sia in vendita anche in Giordania!», ha scritto qualcuno sul sito web di Al-Arabiya. A giorni in uscita il quinto numero."

Francesco Medici

 

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