I mutui subprime, il terremoto ed i bidoni
I mutui subprime, il terremoto ed i bidoni

I mutui subprime, il terremoto e l’economia dei “bidoni”. Cosa c’è in comune tra il terremoto in Abruzzo e la crisi finanziaria mondiale, tra le case crollate sotto il terremoto e i mutui subprime ? di Leonardo Becchetti, Osservatore romano 17 aprile 2009

I mutui subprime, il terremoto e l’economia dei “bidoni”

Cosa c’è in comune tra il terremoto in Abruzzo e la crisi finanziaria mondiale, tra le case crollate sotto il terremoto e i mutui subprime ? Molto più di quanto sembri.
Ormai da molto tempo gli economisti hanno identificato uno dei problemi maggiori del funzionamento dei sistemi economici nelle asimmetrie informative, ovvero, nel nostro caso, nella diversa qualità di informazioni che compratori e venditori hanno sulle caratteristiche di un bene.
A causa di quest’asimmetria il venditore dispone nella transazione del vantaggio fondamentale di conoscere le caratteristiche e la qualità del prodotto molto meglio del compratore. Per evitare il rischio che il compratore, sospettoso di vedersi rifilare un “bidone”, consideri tutti i prodotti proposti di scarsa qualità e riduca la sua disponibilità a pagare, subentrano enti terzi valutatori e certificatori (che garantiscono la qualità con i loro bollini) sotto la supervisione di autorità di vigilanza.


La storia dei mutui subprime e delle case non costruite a regola d’arte dimostra che tutto questo non basta a risolvere il problema.

 
La tentazione del venditore che vuole realizzare i propri obiettivi di profitto e di efficienza (ed è agitato dalla frenesia di volerli realizzare a brevissimo termine) è quella di vendere bidoni invece che prodotti buoni soprattutto se riesce ad evitare il sospetto del compratore ottenendo in qualche modo la certificazione di qualità. Ovvero nel caso delle abitazioni e dei mutui supbrime, prodotti sorprendentemente simili, che mescolano in un unico “pacco” elementi di buona qualità (buoni materiali, titoli solidi) con elementi di cattiva qualità (materiali scadenti, titoli ad alto rischio) i quali mettono a rischio il valore complessivo del bene e la sua capacità di resistere a shock estremi (le scosse telluriche e lo scoppio della bolla dei prezzi immobiliari).
Secondo alcuni la soluzione del problema sarebbe nei meccanismi di reputazione. I venditori non dovrebbero vendere bidoni se vogliono tutelare la loro credibilità futura. Il meccanismo purtroppo funziona soltanto per quei beni (beni di esperienza) dove l’acquirente è in grado di verificare la qualità direttamente e in breve tempo. Se la reputazione basta quando si tratta di stabilire il gusto di un gelato, una parte fondamentale dei prodotti della nostra economia sfugge a questa semplice regola perché gli effetti della qualità negativa sono differiti nel tempo o possono anche non materializzarsi affatto nascondendo del tutto il maggiore rischio che il compratore del bidone ha comunque corso. E’ il caso di tre settori importantissimi come quelli della banca e finanza, delle costruzioni e dei prodotti alimentari.

Perché il meccanismo dei certificatori che dovrebbero garantire l’affidabilità dei prodotti non funziona? Perché gli stessi non riescono ad essere veramente indipendenti e sono soggetti a numerosi conflitti d’interesse. Ciò vale per le società di rating come per gli esperti che dovrebbero verificare la resistenza degli edifici ai terremoti.

Il problema è in realtà più profondo perché gli stessi acquirenti, una volta in possesso del bidone, diventano potenziali venditori e hanno interesse a colludere con i valutatori/certificatori per non veder svalutato il proprio patrimonio. Tutti parlano oggi di rendere pubbliche e trasparenti le valutazioni di sostenibilità antisismica degli immobili. Pensate che i proprietari degli immobili abbiano interesse a rendere pubblica un’informazione che diminuirà il valore del proprio bene ?

Un tratto singolare dei due eventi di cui abbiamo approfondito le analogie è che l’etica e la responsabilità, assenti prima dello shock, emergono solo dopo la catastrofe quando gli effetti dolorosi della cattiva qualità si rendono visibili. L’etica e la responsabilità servirebbero prima ma, per i motivi sopra citati, sembra difficile che ciò possa avvenire.

Le soluzioni possibili sono molteplici: modificare ed arricchire gli indicatori di performance di un’azienda in modo da spostare l’attenzione dalla frenesia dei risultati a breve alla sostenibilità di lungo periodo, sollecitare un maggior livello di responsabilità sociale, aumentare la concorrenza sul mercato dei certificatori favorendo l’ingresso di certificatori indipendenti, rinforzare il ruolo della vigilanza (senza però paralizzare l’attività dei vigilati), creare sistemi assicurativi
Il ragionamento sugli indicatori è importante e forse meno evidente. Se continuiamo ad idolatrare concetti di efficienza e massimizzazione degli utili svincolati da ogni altra considerazione non facciamo che stimolare l’avidità che alberga in tutti noi. In un’ottica di breve periodo (sperando che lo shock e il lungo periodo non arrivino mai) il costruttore più efficiente è quello che risparmia di più sui materiali e dunque realizza il più elevato rapporto tra ricavi e costi. L’intermediario finanziario che realizza più profitti è quello che costruisce i mutui supbrime ottenendo quella valutazione di massima affidabilità che gli consentirà di aumentare il guadagno da interessi pagati dagli acquirenti dei titoli cartolarizzati.

Quando insegniamo meccanicamente e acriticamente nelle scuole e nelle università il criterio dell’efficienza e della massimizzazione degli utili diamo per scontato che le regole ci siano e saranno fatte rispettare. Illudendoci di avere di fronte produttori responsabili ed illuminati, consumatori sempre in grado di verificare la qualità del prodotto, legislatori e certificatori lungimiranti e disinteressati, vigilanti supermen in grado di verificare e sanzionare immediatamente tutti gli illeciti. Purtroppo sappiamo benissimo che non è così.

Cominciamo dunque dal temperare il concetto di efficienza con quello di qualità, sostenibilità e capacità del modello d’impresa a sopravvivere agli eventi estremi.

Investiamo in quei settori e in quelle iniziative che alimentano e creano responsabilità sapendo che le regole devono essere migliorate il più possibile ma non potranno salvarci da sole.


Leonardo Becchetti

Presidente del Comitato Etico di Banca Popolare Etica

 

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